"L'economia è la scienza dell'amor di Patria..." - (di Camillo Benso, conte di Cavour)

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FAMILY DAY... MA PER QUALE FAMIGLIA MANIFESTIAMO???

01:16, Jul. 8, 2007  ..  Inviato in Economia e Politica  ..  0 commenti  ..  Link

Pubblico solo ora questo post preparato qualche tempo fa e ripescato solo questa sera. E’ complesso e lungo come articolo, però spero di lasciarvelo da leggere con tranquillità in un attimo estivo che avete libero e magari di elaborare qualche riflessione non superficiale sull’importante tema della famiglia che a soli due mesi dal family day sembra non essere più una priorità del nostro paese. Buona lettura!

 

Ritorno ancora una volta sul tema della famiglia e dei Dico ad alcune settimane dal Family Day, promosso da moltissime associazioni di ispirazione cattolica.

Due settimane prima della manifestazione sono stato alla presentazione dell’evento a Rho, presso l’auditorium dei padri Oblati, nel quale è venuta la portavoce Eugenia Roccella a discutere riguardo l’iniziativa. Sono uscito un po’ pensieroso e preoccupato, desideroso anche di sapere qualcosa di più su questo evento. Allora, armato di tempo e buona volontà, ho letto su internet tutti i documenti correlati alla manifestazione e ne ho tratto alcuni spunti di riflessione che vi offro solo oggi.

Il primo (che già avevo sottolineato in altri miei precedenti post) è l’ennesima occasione persa per parlare di famiglia cristiana cattolica. Per tutta la serata si è parlato di famiglia quale cellula importante e fondamentale della società secondo i canoni costituzionali, tralasciando di fatto qualsiasi riferimento ai valori e principi cristiani che dovrebbero qualificare invece la famiglia delle associazioni firmatarie del documento del 12 maggio. Inoltre lo stesso fatto di dribblare la definizione di famiglia è sintomo di uno scarsissimo background culturale su questo tema. Lo stesso sito promotore dell’iniziativa riporta delle statistiche (fonte Istat) di come dal 1971 a oggi il numero di matrimoni sia inesorabilmente in calo. Un problema che viene da lontano e che a mio parere è anche causa di quel background culturale a tratti inesistente. Non è forse ora di riscoprire senso e significato della famiglia cristiana nella società di oggi tralasciando le manifestazioni in piazza e ripartendo dalla dimensione territoriale in cui vive?

Il secondo dilemma è sulle proposte concrete che ne sono potute scaturire da questa iniziativa. Un attento ascoltatore in platea, durante il tempo a disposizione per le domande, ha semplicemente chiesto quali potessero essere le politiche famigliari ideate e fatte bandiera della manifestazione. La risposta (sebbene le politiche famigliari siano il terzo punto dei 4 messi in risalto sul manifesto) è stata alquanto desolante, poiché è stato dribblato l’argomento e ci si è limitati a “ragionare” a slogan. Ancora una volta vengono chieste maggiori politiche famigliari in generale, ma nel concreto quelle associazioni firmatarie del documento e che vivono a stretto contatto con le famiglie non sono riuscite a declinare neppure una proposta confacente alla situazione italiana. Forse sarebbe ora che, invece di creare manifestazioni nazionali dalla dubbia (a mio parere) utilità, si creassero dei laboratori e gruppi di studio a livello regionale di queste associazioni per elaborare idee per alleviare il carico odierno di difficoltà delle famiglie.

Il terzo pensiero è sulla totale chiusura di queste associazioni su forme (anche questo l’ho già detto) non concorrenziali alla famiglia. Lo ripeto ancora una volta, la legge sui diritti e doveri di convivenza non si mette sullo stesso piano dell’istituzione matrimoniale. Non è sullo stesso piano per quanto riguarda la formalità (costituzione vs legge ordinaria); per la tempistica (immediatezza vs attesa di anni); per i diritti e doveri acquisiti (totali vs parziali); per la diffusione nella società (ampia vs ristretta); per l’importanza attribuita dai canoni sociali (alta vs bassa) e via dicendo. Più si continua più ci si rende conto di come sia molto montata questa concorrenza inesistente. Non lo so a quale pro, se non per l’ennesima e inutile polemica politica, però certamente offre uno spunto di riflessione serio sulla situazione della famiglia oggi, da cogliere al balzo per noi cattolici e smarcarsi un attimo dalla definizione di famiglia costituzionale e riprendere in mano quella di famiglia cattolica.

E qui arriva il quarto interrogativo su questa manifestazione. Sottoscrivendo questo documento (molto in linea con le indicazioni della nota Cei) arriviamo alla definitiva e formale equiparazione tra matrimonio cattolico e matrimonio civile. Non voglio fare distinzione per luogo di celebrazione, ma per spirito con cui si vive la celebrazione. Spesso infatti ci sono persone che meriterebbero e vorrebbero sposarsi in chiesa, ma sono legati da vincoli burocratici precedenti e non possono farlo e succede anche il contrario purtroppo. Ecco, le associazioni cattoliche e tutte le istituzioni ecclesiali non possono permettere un appiattimento su questa cosa. Se vogliamo scendere in piazza da cattolici lo dobbiamo fare portando i nostri valori da credenti che solo in parte vengono compresi nel dettato costituzionale. Con la nota Cei credo che per a prima volta la chiesa abbia difeso la famiglia fondata su qualsiasi tipo di matrimonio. Riflettiamo anche su questa cosa…

Concludo con uno slogan: “Essere integralisti per essere aperti”. Pare un controsenso, ma ciascuno di noi è in grado di confrontarsi e aprirsi al vero ascolto dell’altro (che presuppone una seria e curiosa conoscenza dell’esperienza umana di colui che pensa e vive in modo totalmente opposto a me) nella misura in cui si sa dare ragione delle proprie convinzioni. Ho notato come attorno alla famiglia ci sia tanto ossequio quanto poca reale conoscenza di essa dai mondi che gravitano attorno alla chiesa. Solo nella misura in cui non sentiremo il bisogno di scendere in piazza per urlare che la famiglia va difesa da un misterioso ed emblematico antagonista, mai meglio specificato se non nella misura dei Dico, ma sentiremo finalmente il bisogno di promuovere la famiglia nel silenzio di chi lavora giorno dopo giorno per lei, allora riusciremo a farci davvero carico dei problemi che ne bloccano la diffusione.

Un ultimo rammarico porto a casa da quella sera: la confusione e il mescolamento di tanti temi tra loro scollegati e l’applauso di autocelebrazione del cattolico. Quest’ultimo in particolare mi ha trafitto perchè lo spirito del cattolico deve essere quello del servizio. E il vero servizio rifugge dagli applausi… Ma questa è un’altra storia…

 

Data la complessità e la ricchezza dei temi spero di essere stato correttamente compreso in tutti i passi del post. Vi invito, in maniera particolare per questo tema, di inviare commenti o tesi o richieste di chiarimenti di alcune riflessioni che per ragioni di spazio non sono state approfondite a dovere.

Il sito della manifestazione nazionale è: http://www.forumfamiglie.org/manifestazione/piufamiglia1.html

Qui potete trovare un documento di Guido Formigoni (professore universitario e presidente della fondazione Città dell’Uomo): http://mio.discoremoto.alice.it/ugo86/



EUROPEAN SUMMER SCHOOL - PARLAMENTO EUROPEO - BRUXELLES

01:56, Jul. 7, 2007  ..  Inviato in Economia e Politica  ..  0 commenti  ..  Link

Eccomi qui! E’ da un po’ di tempo che non scrivo causa tre esami settimana scorsa e una bellissima esperienza di cui vi voglio andare a raccontare fatta in questi ultimi tre giorni al parlamento europeo. Ho avuto l’onore di partecipare all’European Summer School organizzata dal gruppo dei parlamentari europei dell’Ulivo in un’ottica di costruzione  per il partito democratico.

Sono stato nel cuore pulsante dell’Europa Unita (così spero che sia o sarà realmente) in una due giorni di incontri e seminari tenuti da esperti e funzionari sui temi che saranno alla base della costruzione del PD in Italia. Non sto in questo momento ad addentrarmi nel merito di alcune tematiche trattate, che vi prometto di approfondire in seguito, piuttosto vorrei porre alla vostra attenzione un fatto singolare che secondo me testimonia la chiave di volta che permette alle istituzioni europee di compiere il proprio lavoro meglio dei vari parlamenti nazionali: un eurodeputato ha posto rilievo sul fatto che ciò che loro oggi legiferano lo vedono poi applicato a due anni di distanza nei vari paesi dell’UE. Un po’ come se la clessidra del tempo fosse due anni avanti e questo fa nascere il problema dell’opinione pubblica. Loro non sanno come viene visto il provvedimento che vanno a votare poiché non avrà un’applicazione imminente.

Da qui delle semplici domande-riflessioni: non è forse questa la forza delle nostre istituzioni europee? La forza data dal fatto di non essere schiavi del day by day, ma di riuscire ad avere un respiro più ampio e una visione molto più lunga e aperta delle cose? Sarà mai possibile portare un po’ di Europa in Italia?

Vi lascio con queste domande che spero di aver modo di riprendere con più calma e più lucidità rispetto a ora. L’esperienza della European Summer School è veramente bella, coinvolgente e appassionante. Se avrete mai l’occasione di frequentarla, non lasciatevela sfuggire!

VELTRONI ALLA GUIDA DEL PARTITO DEMOCRATICO

23:43, Jun. 23, 2007  ..  Inviato in Economia e Politica  ..  0 commenti  ..  Link

Mancano pochi giorni ormai all’ufficializzazione della discesa in campo di Walter Veltroni per concorrere nelle primarie del 14 ottobre alla guida del Partito Democratico. E’ arrivato il tempo per lui di una grande svolta. Una svolta che lo porterà a gareggiare in futuro per la presidenza del consiglio. Il tutto all’insegna di un nuovo modo di operare che avrà dei riflessi (a mio parere positivi) anche sul centrodestra che dovrà interrogarsi sul proprio futuro, sia per quanto riguarda la leadership (Berlusconi ha ormai 70 anni) e i contenuti (Fini ieri ha dichiarato che non si può più cavalcare l’antipolitica). Con l’impegno di costituire il PD, Veltroni porterà anche a un rinnovamento delle persone che guidano oggi la politica, ma soprattutto un nuovo modo di operare. Non sarà di certo un dio in terra che da un giorno all’altro cambia la politica, ma di certo farà tremare nell’immediato quelle frange di cattiva politica presenti oggi in Italia per poi estirparli con un lungo ma non impossibile lavoro.

Già, Veltroni possiede la capacità di costruire intorno a sé una stima e un rispetto introvabile negli altri personaggi politici. Ho letto più definizioni sul suo modo di lavorare, ma ciò che più di tutto mi impressiona e mi stupisce positivamente è come riesca a tenere conto di tutte le istanze presenti nella società. Riesce a tenere tutti i fili di tutte le parti sociali italiane. Riesce ad aver cognizione dei problemi del ricco banchiere internazionale e del lavoratore bisognoso che non tira alla fine del mese ponendoli sullo stesso piano e lavorando per entrambi alla costante ricerca di un equilibrio e di un compromesso tra tutti. Sì, un compromesso che però punta verso l’alto, non verso il basso come la prassi politica oggi ci ha abituato. Puntare in alto come la sua politica alta che si prefigge di raggiungere. Una politica dagli orizzonti ampi che comprenda e guardi le dinamiche globali affiancate alle dinamiche locali. Certamente una politica di maggiore valore rispetto all’attuale e al passo coi tempi che viviamo.

Infine, quello che più di tutto mi fa rimanere allibito è il suo amore verso tutti. Tutti inteso le persone e gli uomini per cui ogni giorno lavora e spende il suo sudore. Una caratteristica anch’essa non facilmente riscontrabile nei personaggi politici di oggi, ma che in lui si fa viva sempre in ogni situazione. E forse è proprio questo il suo punto di forza segreto che lo fa diventare spesso una guida per la popolazione. Il riuscire a voler bene a tutti perché innanzitutto persone con problemi o gioie da condividere. Dopo si passa a vedere quale sia il ceto sociale o la tessera politica in tasca, ma prima sempre ed esclusivamente la bontà di un ragionamento o di un’idea senza preclusioni e avviando poi un dialogo tranquillo, pacato, sereno, ma soprattutto vero.

L’Italia ha bisogno di una persona come lui. Certo le aspettative nei suoi confronti sono alte e le delusioni saranno inevitabili, eppure lui ha deciso di buttarsi e rischiare. Assumerà la guida di un partito praticamente da costruire da zero o da quel poco messo lì e successivamente sarà sicuramente il candidato del centrosinistra alle prossime elezioni politiche. Sono poche oggi le persone che sanno assumersi responsabilità del genere. Da qui deriva già un esempio da raccogliere: avere coraggio e saper correre dei rischi giocandoti completamente tutto. Nella sfiducia generale di cui oggi soffre la politica, questo offre un forte e chiaro modello per tutti. Forza Walter, io sono con te!



IL CITTADINO: DA UTENTE A CLIENTE, PASSANDO PER CONSUMATORE

01:10, Jun. 8, 2007  ..  Inviato in Economia e Politica  ..  2 commenti  ..  Link

Ormai abbiamo dimestichezza con le parole utente, cliente e consumatore. Di solito questi termini sono riferiti tradizionalmente al settore privato delle imprese, ma oggi scopriamo che questi concetti (quello di utente e consumatore soprattutto) vengono utilizzati riferendoli propriamente alla condizione in cui si viene a trovare il cittadino. E’ strano e difficile riuscire ad associare questi concetti con i servizi pubblici resi alla collettività ma è un passo necessario per portare al miglioramento degli stessi.

L’utente è colui che in un qualche modo è schiavo di un servizio e ne subisce tutti gli effetti negativi spesso senza porvi rimedio. Sebbene oggi siano poche le prestazioni che la pubblica amministrazione eroga in questa condizione, si reputa necessario che anche quest’ultime abbandonino l’ottica dell’utenza. Abbandonare questo punto di vista significa approdare primariamente al concetto di consumatore e in futuro a quello di cliente. Più volte avremo sentito parlare con l’avvento dell’ultima era Bersani della parola cittadino-consumatore riferita quasi esclusivamente ai servizi e prodotti che ciascuno compra da soggetti privati. Il passo successivo sarebbe quello di introdurre nella cultura politica il cittadino-cliente, applicando una logica di customer satisfaction carente nel settore pubblico.

Oggi il cittadino che usufruisce di servizi pubblici spesso lo fa ancora da utente, ovvero da colui che è costretto ad andare in un preciso luogo per ricevere una determinata prestazione. Il problema è l’approccio con cui l’apparato pubblico si relazione con il cittadino. Se questo diviene quello del cliente, allora cambia radicalmente il modo di erogazione e gli obiettivi perseguiti. Un esempio molto semplice: se vogliamo un certificato di nascita dobbiamo per forza andare all’anagrafe. Se qui ci accolgono come utenti allora l’obiettivo sarà unicamente quello di rilasciare un certificato in tempi ragionevoli; se invece l’ottica utilizzata è quella del cliente allora l’obiettivo sarà ben diverso e partirà dal far trovare un ambiente accogliente di attesa, di rilasciare magari anche in maniera alternativa il certificato richiesto (esempio via internet o consegnato a domicilio); integrare anche un ottica di post-erogazione del servizio. Insomma, accompagnando il cittadino passo passo dall’entrata all’uscita dall’ufficio.

Sembra una banalità, ma oggigiorno la possibilità di spostarsi da una città all’altra è sempre più facile e meno costoso. Questo, sommato alle relazioni sempre meno radicate nel piccolo territorio del comune di appartenenza e dalla facile mobilità di cui possiamo oggi disporre, porta a una visione totalmente nuova del cittadino che nasce in una città e muore in un’altra. A questi fattori socio-privati si sommano alcuni fattori esclusivamente pubblici, come il graduale passaggio da un welfare statale a un welfare comunale che riesce, sommato ad altri servizi, a marcare la differenza da un comune a uno limitrofo.

Dobbiamo quindi parlare oggi di proposizione di valore offerta dall’amministrazione ai suoi clienti, gli abitanti, che prima di tutto votano con le gambe spostandosi dove trovano un diverso trattamento economico o livello di servizi migliore. In questa ottica cambia tutta la modalità con cui si gestisce il processo di erogazione dei servizi passando dall’utente al cliente. E la differenza è grossa. L’utente è colui che è schiavo di un servizio e deve in ogni caso rivolgersi a quel determinato sportello per ottenere quello che vuole. In questo caso il più delle volte viene abbandonato al suo destino e viene in seconda istanza perso il rapporto tra lui e le istituzioni. Il cliente invece è colui che viene cullato dall’ingresso fino alla totale erogazione del servizio con anche un servizio post-acquisto. In questo modo possiamo raggiungere la soddisfazione del cliente e ricostruire quel legame con l’amministrazione che appare oggi molto lacerato. Capite dunque il salto di qualità che si compie passando da un’ottica all’altra!

Dobbiamo quindi essere in grado oggi di costruire la nostra proposizione di valore per il territorio rhodense in modo tale da attrarre cittadini, imprese e associazioni portatori di ricchezza, benessere e cultura. Il tutto passa da un piano strategico che sia molto concreto e tangibile sotto tutti i suoi aspetti e non a livello alto che poi rimane sulla carta. Una partita difficile? Giochiamocela!

LA FAVOLA DELLA SICUREZZA: DIALOGO TRA I FILOSOFI ANTICHI E UN SOCIOLOGO

14:55, May. 16, 2007  ..  Inviato in Economia e Politica  ..  0 commenti  ..  Link

Carissimi amici, mentre cercavo su internet del materiale per un lavoro di approfondimento per l’università, mi sono imbattuto in questa favola sulla sicurezza, un tema oggi molto dibattuto. Vi invito a leggerla e trarne alcuni spunti anche pensando alla nostra realtà cittadina. Meglio che ogni altra statistica che afferma che i reati (sia maggiori che minori) diminuiscono anno dopo anno e siamo ormai ai minimi da 15 anni a questa parte, questo dialogo inventato ci fa capire quale significato non convenzionale assume per noi oggi la parola insicurezza. Buona lettura e commentate!

 

I Greci, questo popolo di filosofi, amavano riflettere sulle cause vicine e lontane, ultime e prime dei fenomeni. Di fronte a qualsiasi cosa o evento del creato, nel lungo dibattito che si svolge da Eraclito ad Aristotele, distinguevano tra vari tipi di cause: materiali, formali, efficienti e agenti. È vero che si occupavano soprattutto di fenomeni naturali (la sociologia era una scienza ancora da inventare). Ma se quegli appassionati pensatori si fossero trovati di fronte alla «sicurezza» avrebbero fatto al nostro sociologo convertito alcune domande. Un dialogo avrebbe avuto più o meno l’andamento che segue.

 

Greci: «Che cos’è la sicurezza, è una cosa, un fatto? Se non lo è, è un sogno, un idolo?».

Sociologo: «Beh, non è proprio una cosa, è il fine a cui dovrebbe tendere la vita dei cittadini, la mancanza di preoccupazioni per la propria incolumità, insomma la certezza che quando esci per strada non sarai scippato...».

 

(Segue un lungo e confuso botta e risposta, in cui alla fine, messo alle strette, il sociologo ammette che, per definizione, la sicurezza è qualcosa che non c’è, insomma non è un fatto osservabile, ma un’aspirazione, una speranza, se no, non starebbe lì a preoccuparsene e studiare i mezzi per attuarla; i greci convengono allora che l’unico modo per definire la sicurezza è quello di «causa finale», cioè di stato a cui si tende, ma che proprio per questo non si può misurarla empiricamente; i greci chiedono al sociologo di parlare allora della sicurezza in termini di «causa efficiente», cioè da che cosa è causata, un po’ come per loro i sogni sono causati dalla cattiva digestione; altrimenti, non ci capiscono nulla).

 

Sociologo. «La causa del fine o bisogno di sicurezza è l’esistenza dell’insicurezza».

Greci: «Che cos’allora l’insicurezza? Puoi farci qualche esempio chiaro e indiscutibile?».

Sociologo (cominciando a sudare): «Per esempio, il cittadino ha paura di essere scippato...».

Greci: «Allora, l’insicurezza è lo scippo?».

Sociologo: «No, è la paura dello scippo».

Epicureo: «Non capisco. Se non c’è lo scippo, non si può avere paura di una cosa che non c’è. Ma se lo scippo c’è, che senso ha avere paura di una cosa che c’è già stata?».

Sociologo (riesumando i suoi ricordi liceali): «Beh, l’insicurezza non è proprio un fatto, è un sentimento collettivo, come il panico che improvvisamente faceva scappare gli opliti in battaglia o la pura dei Galli che il cielo gli cadesse addosso».

Socrate (appena giunto, malfermo sulle gambe per abbondati libagioni, sghignazzando): «Stai dicendo che voi moderni siete tutti fifoni?».

Sociologo: «No, o forse sì. Il problema è che i cittadini oggi parlano solo di sicurezza e insicurezza».

Aristotele: «Allora è chiaro, se i cittadini ne parlano, l’insicurezza è una questione politica, o come dite voi che avete studiato solo il latino, sociale».

Sociologo (rinfrancato): «Sì, sì, è una questione sociale e politica. È uno dei problemi capitali del nostro tempo».

Platone: «E allora perché ci fai perdere tempo con la sicurezza come causa finale di qualcosa che non si riesce a definire razionalmente? La sicurezza non è mica una cosa, e neanche l’insicurezza. Non sarà un modo di ragionare da sofisti che mira a ingannare i cittadini?».

Sociologo (imbarazzato): «C’è chi lo dice, qualche estremista».

Platone: «È chiaro. I governanti parlano di sicurezza per tenere i cittadini nell’insicurezza e così continuano a comandare. Questo mi piace».

Aristotele, al sociologo: «Allora tu sei un governante, visto che parli di sicurezza e insicurezza».

Sociologo: «Ma no, sono una specie di scienziato, di filosofo».

Aristotele (a Platone): «Hai visto, questi qui hanno realizzato la tua repubblica ideale».

 

(Se ne vanno. Platone è molto soddisfatto che i moderni si ricordino di lui. Aristotele è pensieroso. Socrate scuote la testa: in fondo, l’hanno condannato a morte con l’accusa di rendere Atene meno sicura, con tutti i suoi dubbi e le sue domande. Il sociologo corre a comprarsi una storia della filosofia greca).

 

Greci: «Dov’e che vi riunite in assemblea? Avete dei luoghi per discutere di politica quando non lavorate o non vi riposate?».

Sociologo (un po’ imbarazzato): «Noi non ci riuniamo molto. Lo facciamo qualche volta quando si tratta di decidere chi paga le spese dell’ascensore o per fare una petizione contro gli scippi».

Greci: «Ma come fate a scegliere i vostri magistrati, gli strateghi, i responsabili dei giochi pubblici?».

Sociologo (più sicuro di sé): «Beh, ecco, ogni cinque anni o giù di lì, andiamo a votare, proprio come facevate voi».

Greci: «Ma noi ci occupavamo di politica sempre, non una volta ogni cinque anni. E tra un’elezione e l’altra che fate? Andate in guerra?».

Sociologo: «Qualche volta, anche se non si può dire. Noi soprattutto lavoriamo, non è mica come da voi, che vi facevate mantenere dagli schiavi».

Greci (pensierosi): «Ma noi non avevamo le vostre meravigliose macchine, e comunque vivevamo con poco. A noi sembra piuttosto che voi non siate interessati alla politica. Ma che gente siete? Ci ricordate i Persiani. Ecco perché non vi definite più animali politici, ma esseri sociali. Noi però, non vorremmo vivere come voi. Se abbiamo capito bene, la politica la fanno solo quelli che vi governano. Ma voi, cosiddetti cittadini, siete lavoro e casa, casa e lavoro. E allora, crediamo di aver capito. Tutta la faccenda dell’insicurezza è un modo per farvi lavorare e stare a casa quando lavorate. Tutte le vostre paure hanno a che fare con i marocchini, gli albanesi, i rapinatori, gli scippatori, gli ubriachi, le prostitute, tutta gente che sta per la strada. Ma, cari moderni, la politica noi la facevamo per strada, in piazza, al mercato. Ecco perché non avevamo paura. Noi non possiamo fare nulla per voi, perché siamo morti da tanti secoli, siamo solo un vostro ricordo. Ma se fossimo vivi, vi diremmo: non vi fate più ingannare dalla favola dell’insicurezza. Mandate a casa chi vi fa vivere nella paura e governatevi da soli. Sarete anche ricchi, intelligenti e ben pasciuti, ma credete a noi: vi manca proprio il buon senso!».

Sociologo (a disagio): «Ma con voi non si ragiona proprio, me ne vado» (Si alza e torna a compilare statistiche sull’insicurezza urbana).



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